Spazio l’ultima frontiera…

… era la frase con cui si apriva Star Trek… poi è arrivato il tg4

che a breve manderà in onda uno speciale a favore del creazionismo e dei falò in campo dei fiori

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Interstellar… 169 minuti per un buco nero

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Nolan mi piace parecchio, Memento è uno dei film più geniali che abbia mai visto:
Inception mi ha inflippato i neuroni per un bel pezzo e il suo Batman per la prima volta non mi ha fatto rimpiangere Burton, che però continuo a preferire.interstellar-review
Le mi aspettative erano parecchio alte per questo suo nuovo film, forse troppo.

Mi aspettavo qualche cosa di sconvolgente, una rivoluzione del genere come aveva fatto con i cinecomics, invece Interstellar è l’esatto contrario, una fantascienza riportata alle sue origini.
Il primo paragone che mi viene in mente è quello con Solaris, poi visivamente se ne accavallano altri: 2001, le astronavi di Alien.

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Ma nel suo inserirsi nel filone della fantascienza filosofica, non fa nulla di nuovo.
169 minuti per un buco nero e un espediente usato e riusato in milioni di storie, telefonato già all’inizio.
Rimane però una bellissima esperienza visiva e sonora, anzi non sonora. Il silenzio assoluto dello spazio e i continui contrappunti con il rumore delle persone mi è piaciuto veramente tanto.
Probabilmente è un film da vedere, perchè sarà una pietra di paragone per operazioni simili nel futuro, ma sicuramente non sarà la più riuscita.

Andrè the Giant – La vita e la leggenda

Quando penso al fumetto, la prima cosa che mi viene in mento sono i super eroi.
Identità segreta, lotte impossibili oltre l’umano e forza sovrumana.
Nel mondo reale, si fa per dire, la cosa che forse sì avvicina di più a questo è il wrestling professionistico.

Persone che abbandonano completamente la loro identità per impersonare un personaggio, spesso con poteri o dimensioni sovrumani, che nasconda completamente la loro vita quotidiana e i loro problemi.

In qualche modo si sacrificano, anche se per fini molto meno nobili, per essere qualche cosa di più di loro stessi.
Quindi non mi sono sorpeso quando, girovagando per Alessandro Distribuzioni, ho visto questo:

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Andrè the Giant – La vita e la leggenda è la prima biografia a fumetti di una delle icone del wrestling professionistico e dell’intrattenimento degli anni 80 in generale.
Leggendo il volume di più di Box Brown si scopre che Andrè era esattamente un SuperEroe, uno di quelli alla Stan Lee.

Super Eroi con super problemi.

Il libro racconta la vita di un gigante rissoso e triste, che si racconta come un uomo pieno di amici e felice della sua vita.
Una vita con il conto alla rovescia per via della malattia che in qualche modo lo ha reso famoso.

Il tutto è raccontato con un taglio quasi cronachistico, con poche digressioni e ancora meno giudizi, che lascia un dolce sapore amaro in bocca.

Per chi non sapesse chi era Andrè (VERGOGNATEVI) ecco una sua foto da giovane, quando ancora la malattia non gli aveva deformato il volto

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e una foto della sua mano, diventata leggendaria

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Andrè the Gianta – La vita e La leggenda / Panini 9l

15€ 240 PP b/n

ZEROCALCARE – Dimentica il mio nome

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Ecco ho comprato un fumetto di Zerocalcare quello che fa quelle strisce fichissime circa ogni paio di lunedì, quello che mi fa scompisciare su Wired.

DIMENTICA-IL-MIO-NOME-p9Uno che mi piace pure come la pensa in generale, uno di movimento e…  non mi è piaciuto 😦

Cacchio, il volumone di BaoPublishing sta sempre a metà tra il solito Calcare e una storia più personale e introspettiva e non riesce a diventare ne l’uno ne l’altro.

Due livelli di lettura che ne fanno uscire una storia poco chiara, talmente personale da sembrare trattenuta. Sembra, del resto lo dice l’autore stesso in alcune pagine, che non si siano voluti ferire dei sentimenti o dei ricordi con l’effetto di intorpidire troppo la storia.

Un libro troppo intimo, che si legge più per l’affetto che si vede esserci dentro che per l’opera in se

Dimentica il mio nome – Bao Publishin – 240 pagine

La vecchia e la Volpe

volpeChe strana giornata, fuori il sole è salito alto sui campi bianchi di neve. Nelle cavedagne i segni dei grossi pneumatici si mescolano a quelli più piccoli e nascosti degli animali: lepri e cinghiali, qualche volpe. L’unico indizio del natale imminente è una piccola corona appesa alla porta della casa di sasso in fondo alla discesa. La sola dal cui camino esca un filo di fumo. Le altre case hanno gli scuri chiusi: alcuni nuovi e lucidi, altri scrostati e un po’ sbilenchi sui cardini. Le tracce si allontanano dalla casa e il ghiaccio che le riempie, dice che sono vecchie di alcuni giorni. La vecchia sta lavando i piatti nel lavello, davanti alla finestra, passa le mani dalle dita storte velocemente sotto l’acqua gelata per togliersi le ultime tracce di sapone e bestemmia, mentre si asciuga. Di fianco alla porta si infila un grosso cappotto imbottito, glielo ha portato il figlio due giorni prima. “Mamma, ma sei sicura che non vuoi venire giù a Bologna?” le ha chiesto mentre stava salendo in macchina e accendeva il motore. Una domanda che sarebbe suonata falsa anche in casa di un ladro. Ad ogni modo il cappotto è caldo e quando esce, il freddo non la morde nemmeno troppo. E’ sicura di averla vista questa volta la piccola volpe che ogni giorno le fa fuori una gallina. Difatti quando arriva nell’aia coperta di neve, ci trova una macchia di sangue e penne. Intorno le orme della volpe: se l’è tirata lì fin dal pollaio sul retro. “Maledetta bestiaccia” pensa, mentre con la punta del piede sposta i grumi di neve arrossata. Poi segue a ritroso le tracce fino a trovare il buco nella rete dalla quale è passato l’animale. Dopo pochi minuti è nuovamente lì, china a rammendare lo strappo con del fil di ferro, le mani le fanno male per il freddo: ha dovuto togliersi i guanti per riuscire a stringere bene i nodi di metallo e chiudere le maglie. “Maledetta bestiaccia” ripete

“Avrei dovuto seguirla” Borbotta mentre tiene i piedi sulla pietra del camino, sembra un po’ pinocchio con le gambe secche e bitorzolute. Intanto le mani lavorano agili con i ferri, è sempre stata brava a lavorare a maglia, tanto che fino a che non è sceso in città suo figlio non ha mai dovuto comprarsi un maglione. Fuori dalla finestra, intanto, i denti smussati degli Appennini si sono mangiati anche questa giornata. “Sai Giovanni, domani è Natale” dice mentre continua a lavorare “chissà che luci ci saranno là sulla torre?” Parla alla sedia dall’altra parte della stanza: una vecchia seggiola a dondolo di legno scuro, mal sgrossato e piena di spigoli coperti di polvere. Sulla spalliera c’è un gilet di velluto da uomo. “Ti ricordi quando mi ci hai portata in inverno? E io non volevo salire perchè avevo le vertigini, e tu ridevi e mi spingevi su per gli ultimi scalini con le mani sul sedere.” Aspetta, come ad ascoltare la risposta, poi si alza e butta un altro piccolo ceppo sul fuoco. “Alè a letto che è tardi” aggiunge con un sorriso un po’ stanco. Il letto e la camera, su dalle scale, sono di quelle vecchie e piene di mobili pesanti e scuri. Sotto le coperte si vede bene il rigonfiamento del prete che la vecchia riempie con le braci per scaldare le coperte. “Mo che freddo che fa. Almeno quando eri qui mi potevi scaldare i piedi”. Alcuni minuti dopo è coricata, con le coperte tirate fin sopra il naso. “Buonanotte Giovanni” sussurra. Nella notte riprende a nevicare, una neve leggera di quelle che più che altro bagnano se non trovano un terreno già gelato. Qui invece si ammassa in cumuli umidi che ghiacciano e diventano duri come pietre. La neve però riesce lo stesso ad attutire un po’ i rumori, così quando riapre gli occhi la vecchia non capisce subito cosa la abbia svegliata. Le galline urlano nella loro gabbia, mentre la volpe scava sotto la rete rompendosi le unghie contro la terra ghiacciata. E’ magra con un po’ di bava bianca alla bocca, mentre gli occhietti neri saettano dall’aia alle galline che si accalcano sul fondo del cassone del pollaio. La vecchia intanto ha già sceso le scale, il più in fretta possibile, e ha infilato dei moon boot rosa che la nipote ha lasciato lì l’anno prima. Si butta di nuovo il cappotto addosso a coprire la vestaglia e corre fuori con in mano la pala da neve. “Ah ma questa volta non mi scappi mica” pensa, mentre le suole spaccano il sottile strato di ghiaccio che copre la neve e che la fa inciampare. Prima di arrivare al pollaio è scivolata due volte e le mani sono viola dal freddo. La volpe si gira appena in tempo per vedere la pala che la vecchia ha alta sopra la testa. Sembra quasi una statua, di quelle che si vedono nelle città della Romagna. Solo che al posto dell’uomo muscoloso con il petto squadrato dai muscoli c’è lei: le braccia che tremano e la gonna fiorita che esce dal piumino verde militare. Quando il colpo scende la donna lo segue nello slancio ansante, ma la volpe è già qualche metro più in là. E’ un bell’ animale: piccolina con il musetto nero appuntito sotto le grandi orecchie rosso scuro e la grossa coda gonfia di pelo invernale. Ringhia piano, mentre l’altra si rialza appoggiandosi al bastone della pala e si guarda intorno. “Brutta bestia che non sei altro!” geme “ va via!” Si allontana trotterellando di qualche passo, poi si siede, nascosta dal buio. Se non fosse per la neve candida la vecchia non potrebbe vederla. “Ho detto va via!” le urla e le lancia una manciata di neve, iniziando subito a bestemmiare per gli aghi di freddo nelle dita, mentre fa alcuni passi per spaventarla. V La volpe si allontana ancora di qualche passo e si siede ancora a guardarla. Non ringhia più e piega la testa incuriosita. “Mo insomma vuoi andartene?” prova ancora a colpirla, ma quella si scansa stancamente. Dopo quasi mezz’ora stanno ancora ballando, la volpe si sposta di pochi passi alla volta, mentre la donna la insegue poggiandosi alla pala. La notte intanto si è fatta ancora più fredda e la luna riflessa sulla neve la colora di azzurro. La vecchia non si preoccupa quando per seguire la volpe si deve incamminare per la cavedagna, la casa si vede bene e le piccole luci di natale dell’albero che ha addobbato in giardino sono accese. La segue ancora e ancora e inizia anche a divertirsi, non fa nemmeno più tanto freddo in fondo. Lancia palle di neve e gioca con la volpe, che le corre intorno come un cane. “Uh mamma mia, aspetta un attimo” dice, sedendosi su una pietra, che spunta vicino ad un fosso al bordo del campo del vicino. “Non sono mica più una bambina sai?” La volpe la guarda piegando ancora la testa.

Sale i pochi scalini della porta di ingresso con passo leggero. La volpe se ne è andata e lei è tornata indietro, in fretta senza faticare troppo. Infila la chiave nella toppa sotto la corona natalizia ed entra. L’odore delle castagne le arriva forte alle narici, insieme a quello del brodo e del bollito. Poggiato di fianco alla porta della sala, c’è il mattarello ancora imbiancato di farina. Lei si avvicina e quando passa in cucina le si stringe la gola: la tavola è imbandita e seduta intorno c’è tutta la sua famiglia. Suo figlio con il cucchiaio in mano e i pantaloni corti, sta mangiando dal secondo piatto di tortellini. In piedi che le sorride c’è Giovanni “Be era ora che arrivassi Viola, è un pezzo che ti si aspetta sai?” Dice mentre finisce di attaccare le decorazioni sul piccolo abete che troneggia sulla stanza. “Nicola non ha voluto aspettarti.” Lei quasi non riesce a parlare mentre lo guarda e lo ascolta “Non fa niente -dice sorridendo -ero uscita a controllare le galline” ———————————————————— Racconto finalista al concorso 8X8 2011 di Oblique Illustrazione di Stefania Prestopino